Dalla lettura di “Oltre le passioni tristi. Dalla solitudine contemporanea alla creazione condivisa” (2016) di Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista di origine Argentina, rifugiatosi in Francia dopo l’esperienza della guerriglia guevarista, il cui pensiero mi pare essere ancora molto attuale, almeno in alcune zone del mondo e nella città in cui vivo, Milano.

LA SOFFERENZA PSICHICA D’OCCIDENTE

Nelle democrazie occidentali cosiddette “avanzate” sembra emergere una forma di sofferenza nuova, difficile da nominare. Non è semplicemente isolamento: è una solitudine più radicale. L’individuo contemporaneo non pare sentirsi solo perché separato dagli altri, ma perché fatica a sentirsi in collegamento. Prima di tutto con sé stesso.

Sembra che ancor prima di essere distanti dall’altro, siamo distanti dalla nostra interiorità. L’uomo contemporaneo viene spesso ridotto a ciò che produce. È definito in funzione di pochi moduli performativi (competenze, efficacia, adattabilità) elevati a criteri supremi di valore. In questo scenario l’identità rischia di appiattirsi. Si diventa superfici da ottimizzare, profili da aggiornare, prodotti da rendere più “vendibili”.

Il messaggio implicito della cultura dominante sembra essere questo: sii il meno possibile, per poterti adattare a tutto.

In questo contesto, la sofferenza perde il suo spessore esistenziale e diventa un semplice malfunzionamento tecnico da correggere. In un mondo dove tutto appare possibile e illimitato, il limite personale viene percepito come un errore. Così il dolore non è più vissuto come parte della condizione umana, ma come difetto da riparare.

Il modello meccanico che domina la modernità ci ha abituati a riconoscere come reale solo ciò che è misurabile, manipolabile, convertibile in rendimento. Tutto ciò che non è ottimizzabile diventa irrilevante.

LA CRISI DEL SENTIMENTO DEL TRAGICO

La capacità di agire nel mondo è strettamente legata alla capacità di lasciarsi toccare da esso, di riconoscere come propri i sentimenti e le sensazioni che nascono dall’incontro con la realtà. Eppure, oggi sembra prevalere l’evitamento della fragilità. Si teme la vulnerabilità di più della sofferenza stessa. Ma una sofferenza non pensata, non simbolizzata, diventa ancora più intensa e opaca.

Un tempo la sofferenza poteva essere letta come frattura, come apertura alla dimensione collettiva della vita, come esperienza del limite e della perdita. Oggi, invece, sembra prevalere una logica individualistica che riduce il disagio a questione privata, scollegata dalla storia, dalla società, dai grandi racconti condivisi.

L’individuo si pensa come centro autonomo di produzione di senso, ma così facendo rischia di perdere il contatto con il mondo che lo attraversa. Ci si illude di poter vivere “per i fatti propri”, dimenticando che ogni esperienza personale è intrecciata a un contesto storico, culturale e relazionale.

La conseguenza è un impoverimento dell’esperienza: si smarrisce la capacità di sentirsi parte di qualcosa di più grande e, con essa, la possibilità di attribuire un significato più ampio alle proprie crisi. Tutto è grave, nulla è più “tragico”.

RITROVARE LA SITUAZIONE, NON SOLO L’INDIVIDUO

Per comprendere il disagio contemporaneo, non basta guardare all’individuo in modo isolato. Ogni persona esiste sempre in una situazione: un’unità spazio-temporale in cui si intrecciano storia personale, condizioni sociali, relazioni ed eventi.

La sofferenza non è mai “in sé”. È sempre espressione di un equilibrio precario che si è formato in una determinata configurazione di vita. Anche un sintomo può essere letto come un tentativo, talvolta estremo, di ristabilire un ordine. Non esistono cause oggettive e lineari che determinano automaticamente i comportamenti. Ogni funzionamento, anche quello che definiamo patologico, rappresenta un modo di stare al mondo in una certa fase della propria storia.

Accogliere questa prospettiva significa spostare l’attenzione dalla domanda “che cosa non funziona in me?” alla domanda “che cosa sta accadendo nella mia vita, nelle situazioni che abito?”.

Un essere umano non è un aggregato di moduli da correggere, ma un organismo vivente, attraversato da forze anche contraddittorie. La salute non coincide con l’assenza di crisi, bensì con la capacità di attraversarle e instaurare un nuovo ordine. Non si tratta di essere forti o deboli, ma di prendersi cura della fragilità che appartiene alla vita stessa.

Ogni persona è chiamata a confrontarsi con le proprie “invarianti”, con quegli elementi profondi che la costituiscono. Non tutto è possibile per chiunque, e l’illusione che “tutto sia possibile” rischia di svuotare la realtà di consistenza. Paradossalmente, è proprio accettando i propri limiti che si aprono spazi di trasformazione autentica.

Conoscersi non significa analizzarsi all’infinito, ma esplorare di che cosa siamo fatti per capire che cosa possiamo fare con ciò che siamo.

OLTRE LA TIRANNIA DELLA NORMA

Una delle sfide più urgenti del nostro tempo è emanciparsi dalle immagini normalizzatrici della felicità e del successo. I modelli dominanti promettono realizzazione illimitata, ma spesso producono confronto continuo, senso di inadeguatezza e ripetizione sterile.

Andare oltre le “passioni tristi”, quelle forme di tristezza, risentimento e impotenza che diminuiscono la nostra potenza di agire, significa recuperare la capacità di essere presenti nelle situazioni concrete della propria vita. Non per diventare individui perfetti, ma per partecipare in modo più consapevole e vitale a ciò che ci accade.

La fine di un mondo. Quello fondato sull’illusione dell’efficienza senza limiti. Non è la fine del mondo. Può essere l’inizio di nuove forme di esistenza, più attente alla complessità, al limite, alla fragilità, e alla tolleranza di una certa dose di angoscia che accompagna necessariamente ogni divenire di tipo emancipatorio.

Rendere la vita possibile, e non soltanto la sopravvivenza performante: questa è la direzione verso cui Bensayang ci invita a tornare a guardare.